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I prosciutti Ferrarini Made in Spain? parola di Roberto Pini: dalla Spagna “faremo lavoro a monte della filiera e Ferrarini a valle”

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Il gruppo Pini apre in Spagna uno dei più grandi impianti di macellazione e i prosciutti spagnoli invadono l'Italia. I cui prodotti crollano nelle esportazioni.

Se nel 2020 le importazioni di cotto iberico nel nostro Paese sono cresciute del 141,6% passando nel giro di un anno da 258,6 a 624,8 tonnellate, l’Italia nel 2020 ha importato prosciutti cotti dalla Spagna per 3.315.900 euro (+69% sul 2019). Un balzo abissale - + 270,8% in quantità e +113,41% a valore - in rapporto al 2018.

Al contempo le esportazioni italiane di prosciutto cotto verso l'UE crollano, proprio a causa della Spagna. Un tracollo iniziato nel 2018 (-22,1% in quantità per 19.442 tons e – 11,4% in valore per 133,4 milioni di euro) e proseguito nel 2019, anno in cui secondo  rapporto Assica 2020 , le spedizioni italiane di prosciutto cotto verso la UE (-4,1% per 17.248 tonnellate ) erano ancora una volta state penalizzate dal forte ridimensionamento degli invii verso la Spagna (-27,4% per 980 ton e -7,5% per 5,4 milioni di euro).

E se Assica, di cui era presidente Lisa Ferrarini, notava che nel 2018 "escludendo il dato spagnolo,  l’export di prosciutto cotto avrebbe chiuso l’anno con un +4,6% in quantità e un +1,2% in valore”, ora il Gruppo Pini è in corsa per rilevare l'azienda della stessa Ferrarini.

Il 22 luglio 2019 il Gruppo Pini (leader in Europa nella macellazione di suini con un giro di affari nel 2019 di 1,6 miliardi) avviava a Binefar, in Spagna, Litera Meat: un maxi impianto in grado di macellare 160 maiali a settimana per circa 7-8 milioni di suini all’anno e che detta della stessa Pini era “destinato a divenire uno tra i più grandi impianti europei per la lavorazione di carne suina”. Un investimento da 113 milioni, con una quota di equity dell’85% pari a circa 96 milioni. In quei giorni anche l’amministratore unico, Roberto Pini, aveva evidenziato in un’intervista al Sole 24 ore (Cfr. “Pini inaugura in Spagna il macello dei record”) come la scelta di investire in Aragona fosse strategica:  “C’è un’ampia disponibilità di allevamenti che consentono di disporre della materia prima per lo sviluppo delle produzioni e in questo settore è l’unico mercato europeo in crescita con tassi di oltre il 10%. Entro la fine dell’anno sarà operativo lo scalo intermodale vicino allo stabilimento che permetterà di ottimizzare le spedizioni internazionali. Per di più la Spagna è un paese autorizzato a esportare carni suine in tutto il mondo senza restrizioni sanitarie».

Nello stesso articolo si stimava che circa il 7-8% dei tagli prodotti in Aragona avrebbe raggiunto l’Italia. Prosciutti che sarebbero stati marchiati Ferrarini“Per quanto riguarda le ricadute per l’Italia circa il 7-8% dei tagli prodotti in Aragona raggiungerà la PenisolaI terminali, tra gli altri, saranno gli stabilimenti emiliani della Ferrarini in cui il Gruppo Pini è entrato a febbraio nel concordato in continuità. Qui arriveranno dalla Spagna le cosce di maiale che diventeranno prosciutto crudo e cotto”.

«Ferrarini è un gruppo industriale che si innesta bene nella nostra attività - aveva dichiarato Pini - Così possiamo continuare a fare il lavoro a monte della filiera e Ferrarini a valle presentandoci ai clienti con una offerta diversificata dalla carne alla salumeria. È un brand forte del made in Italy».

Da un lato quindi si lavorava sul fronte spagnolo; dall’altro si entrava in concordato di continuità promettendo di incrementare i volumi produttivi attraverso la costruzione di un nuovo stabilimento per il prosciutto cotto a Reggio Emilia. In questa ottica si colloca l’accordo tra Ferrarini e Pini Holding, il cui obiettivo era garantire i livelli occupazionali e aumentare i volumi senza alcuna delocalizzazione. «Supporteremo la produzione degli oltre 900mila prosciutti stagionati nello stabilimento di Lesignano e degli oltre 1,5 milioni di prosciutti cotti prodotti all’anno» dichiarava sempre Pini a luglio 2019.

Il primo settembre 2020 veniva poi depositata presso il Tribunale di Reggio Emilia la proposta di concordato per detenere con l’omologazione l’intero capitale di Ferrarini della neocostituita società Rilancio Industrie Agroalimentari, partecipata dal gruppo valtellinese Pini Italia, con Amco, in qualità partner finanziario. Nella nota diffusa dall’azienda si sottolineava “il piano assicura le migliori condizioni per il rilancio dell’impresa, salvaguarda i livelli occupazionali, evita ricadute negative sull’indotto e soddisfa i creditori privilegiati e in prededuzione integralmente e i creditori chirografari al 33%, percentuale che, attestata, rende inammissibile la proposizione di concordati concorrenti”. Pini Holding avrebbe messo a disposizione la propria rete commerciale nel mondo (la medesima che consentirà presto al Gruppo di superare i due miliardi di euro di fatturato), consentendo a Ferrarini di aumentare in modo esponenziale il raggio di azione all’estero e di promuovere il ‘Made in Italy’”. Ma si ribadiva anche “Il gruppo di società partecipate da Pini Holding – operando nel settore a monte della filiera non ha propri impianti – creerà pertanto una nuova realtà produttiva con la forza lavoro esistente, già specializzata. Il piano prevede che lo stabilimento in Polonia di Ferrarini sarà venduto dagli organi della procedura ed ogni produzione verrà trasferita in Italia”.

E’ possibile che a distanza di poco più di un anno un colosso come Litera Meat, società del Gruppo Pini, abbia rinunciato, a “terminali” come quelli degli stabilimenti Ferrarini? Litera Meat che, come riportato sul sito della società grazie alla riconosciuta reputazione internazionale del Gruppo Pini ha un forte orientamento all'esportazione e intrattiene stretti rapporti commerciali con importanti marchi internazionali”?

Quello spagnolo non sarebbe il primo caso di eccellenza estera esportata dalla famiglia Pini in Italia. Già a dicembre 2015 la Pini Polonia, fra i primi tre produttori di salsicce e carni affumicate in Ue e di proprietà del padre di Roberto Pini, Piero Pini, era stata premiata con il Centauro come migliore azienda polacca per l’export di prodotti agroalimentari In Italia.  All’epoca l’azienda produceva 400 tonnellate di prodotto al giorno con 22 linee moderne di confezionamento e il valore dell’esportazione dei suoi prodotti in Italia nel 2014 ammontava a 61,5 mln di euro. (Fonte: AnsaAskanews)

 

Nel 2016 il patron della stessa azienda veniva arrestato in Polonia, dopo un blitz nello stabilimento di macellazione Pini Polonia di Kutno, all’epoca del gruppo Pini,  per un presunto caso di frode fiscale per 8 milioni di euro. Tra le altre imputazioni Iva non versata, riciclaggio e contratti di lavoro non idonei. Nell’occasione Piero Pini aveva pagato una cauzione di 100 milioni di zlotyits polacchi equivalenti a 22 milioni di euro.

Come precisato dal figlio, Roberto Pini, amministratore e proprietario della Pini Holding, all’Ansa il 17 febbraio 2021, l’indagine è “ancora in corso, e non è ancora arrivata al primo grado di giudizio”, ribadendo che attualmente “la Pini Holding non ha alcun legame con le società in Polonia e Ungheria”.

 

 

Dal 29 maggio 2019 la fabbrica di Kutno è infatti passata di mano interamente alla Smithfield Foods, Inc., società controllata da WH Group Limited di Hong Kong, la più grande azienda di carne di maiale, attraverso l'acquisizione del restante 66,5% del capitale sociale di Pini Polonia. Nella nota diffusa dall’azienda si sottolineava come “attraverso completamento dell'acquisizione, Pini Polonia è diventata una filiale indiretta interamente controllata dalla Società”.

Il presidente e amministratore delegato di WH Group, Wan Long, dichiarava: "Pini Polonia è strategicamente situata nel centro della regione polacca a più alta produzione di maiali, con una capacità produttiva di 4 milioni di maiali all'anno. L'azienda si aspetta di aumentare la sua capacità di macellazione e di realizzare un miglioramento dell'efficienza operativa in Polonia grazie all'acquisizione del moderno macello ad alta velocità di Pini Polonia a Kutno. L'acquisizione si allinea con i piani di crescita strategica dell'azienda, rafforzando la sua catena di fornitura integrata verticalmente nelle regioni a basso costo di produzione e aumentando la sua produzione di prodotti di carne confezionata di alta qualità. Siamo convinti che ci aiuterà a diventare più competitivi in Europa e a livello globale, il che consoliderà e rafforzerà la posizione di leader dell'azienda nel mercato globale".

 

 

Pur non avendo alcun legame con le società in Polonia e in Ungheria, Pini Holding è in grado di rendicontare l’andamento di Hungary Meat. Nelle sue dichiarazioni all’Ansa Roberto Pini, amministratore unico di Pini Holding rilevava come “i suddetti rilievi fiscali (ancora soggetti a verifiche e comunque di importo molto limitato) non pregiudicano in alcun modo l’attività di Hungary Meat Kft, che opera in piena continuità, occupando oltre 600 dipendenti e sviluppando un fatturato annuo di 340 milioni di Euro, con significativi risultati economici”.

 

Su quali potrebbero essere i motivi per cui una realtà di rappresentanza pubblica come Amco finisca per diventare partner di un gruppo privato creando una nuova società nel campo dell’agroalimentare AGRICOLAE lo spiegava nella sua inchiesta del 4 maggio.

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Ci si chiede anche quali iniziative siano state prese per fare luce sulla mancata trasparenza finanziaria del Gruppo Pini, controllato da una società cipriota, anche in considerazione delle altre inchieste sulle presunte frodi fiscali che hanno colpito la famiglia Pini, tra cui quella sulla Hungary Meat di cui Piero Pini è amministratore.

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